Fuori-soggetto di Simone Mannino -Figure dell’immanenza

18 March 2015 9:50  /  Press
Fuori-soggetto di Simone Mannino -Figure dell’immanenza

Fuori-soggetto di Simone Mannino
Testi in catalogo di Marcello Faletra e Francesco Galluzzi.
Figure dell’immanenza
di Marcello Faletra


Un dipinto che è insieme un gesto e una stesura acida di colore è inseparabile dalla biografa del pittore. Come un dramma l’atto si consuma nella lingua incerta dei segni e del colore. Un dramma, però – è bene specifcarlo – che nel caso di Simone Mannino non ha nulla dello psicologismo ammorbante e autoreferenziale che spesso connota certa pittura fgurativa d’oggi. Fuori-soggetto, infatti, denuncia questo scarto dell’immagine pittorica da ogni compiacimento realistico. E’ una sorta di decentramento del soggetto della rappresentazione, di sviamento del volto, di sottrazione dell’identità al possesso e di ogni attributo che aferisce all’umano. Il volto non è dato alla vista, è dis-locato. Erede infedele della pittura d’azione il sistema spaziale di Mannino è basato su un frazionamento delle superfci dello schermo plastico o, se si preferisce, del supporto, agisce sulle qualità intrinseche della linea che taglia le fgure, le scompone e le dissolve nella densità dei campi di colore. Lo spazio è fatto della stessa materia della carne, non è estraneo alle vicissitudini dei corpi che vengono scaraventati sulla tela come proiettili. Le sagome, i frammenti, i dettagli appena riconoscibili sono ciò che resta di un corpo, di una fgura, di un volto. […] Quale uomo non ha provato il punto estremo oltre il quale afora l’animalità dell’uomo. L’energia che si sprigiona dai segni taglienti è un’energia inumana, non concede nulla alla contemplazione, al riposo, ma è azione drammatica. Avremmo dunque a che fare con dei segni veloci, pennellate discontinue che tagliano il fondo informe, caotico, del piano d’immanenza della superfcie che disfa ogni consistenza della fgurazione. Questo fondo informe caotizza, si direbbe, ogni presenza che vi accede, che l’attraversa, che cerca di uscire indenne dall’impatto con esso. Il fondo, nella pittura di Mannino, non è inerte, ma un campo di forze che agiscono deformando la fsionomia di ogni cosa: il soggetto – umano o non umano che sia – è fuori dal controllo, fuori dalla certezza del ritorno, decentrato e acentrato. […]
Questa assenza d’unità, è il soggetto principale della sua pittura. Qui, Fuori- Soggetto signifca, innanzitutto, fuori dal verosimile della fgurabilità e dalla sua conseguente opinabilità (il verosimile è ciò che ci si aspetta da un racconto come da una rappresentazione pittorica). La nuda relazione con la gestualità della pittura implica l’abbandono della fnzione e della sua centralità. Le pitture di Mannino rilanciano questa interrogazione come un conto aperto della pittura col mondo in cui si trova ad agire. Una questione tutt’ora aperta nell’arte contemporanea. Perché, se la pittura è un campo d’azione della vita, se agisce in essa per testimoniare altrimenti del mondo, deve allora fare i conti col soggetto, distruggerne la convenzionalità, farne scomparire il principio assoggettante alla logica imperante della banalizzazione. Si potrebbe vedere nella pittura una politica della creazione del mondo con altri mezzi, perché implica una visione che non coincide col mondo reale, che non è sottomessa o assoggettata all’istituzione che ne vorrebbe prendere in consegna il suo campo d’azione. La risposta di Simone Mannino a questa interrogazione emerge dal fatto che riscattando un campo di forze, anziché di sole forme, o ripristinando la loro infnita dialettica, da spazio all’individuazione, cioè a quei blocchi di energia visiva che sono espressione non del soggetto, ma del tratto anarchico dell’individuo, dell’irriducibilità della forza all’identità. In questa prospettiva la rappresentazione drammatica di Mannino è anche una testimonianza della resistenza della pittura nel presente: fuori-soggetto, testimonia sia la dissoluzione storica del soggetto, sia il manifestarsi di ciò che di per sé non è soggetto. Il suo occhio si posa sul mondo e ne registra l’erosione, la frantumazione, la violenza delle immagini che avvolgono il presente. Pulsazioni, scintille catodiche, vortici. La sua percezione futtua su qualcosa come una moltitudine indistinta e ne registra le adrenalitiche aggressioni, le scariche brucianti, guerriglie urbane, disastri, guasti, distopie, cioè: tutta l’infnità delle morti e delle cancellazioni. La pittura in tal senso diviene come una Wunderkammer dove rimbalzano disordini, interferenze, residui di vita, scarti del presente, stracci…Tutta una vita che assume il valore di un’icona cinetica del presente.